Ci sono film che aspetti per mesi, magari per anni, costruendoti nella testa un’idea precisa di quello che saranno. Poi finalmente arriva il giorno in cui entri in sala, si spengono le luci e per qualche ora tutto quello che avevi immaginato viene sostituito da qualcosa di completamente diverso. È quello che è successo a me con Odissea di Christopher Nolan. E ancora adesso faccio fatica a trovare il modo giusto per parlarne, perché la prima cosa che mi viene in mente non è una scena e neppure il film in sé. È il lungo silenzio in cui sono rimasta quando si sono riaccese le luci.
Ero seduta da qualche minuto senza avere davvero voglia di parlare, mentre guardavo lo schermo sul quale scorrevano i titoli di coda e intorno a me la sala aveva ricominciato a muoversi. Le persone commentavano, si alzavano, tornavano lentamente alla realtà, uscivano. Io ero rimasta su quella nave. Avevo ancora negli occhi il mare, Troia, Polifemo, Circe, Penelope, Itaca, Ulisse stesso. E soprattutto avevo quella strana sensazione che arriva raramente dopo un film: quella di non aver solo guardato qualcosa, ma di averlo vissuto.
Il mito “rimodernizzato” di Ulisse
Ho trovato Odissea un film perfetto. Lo dico con tutta la consapevolezza che “perfetto” è una parola enorme quando si parla di cinema e non significa che ogni singolo fotogramma sia inattaccabile o che tutti debbano provare quello che ho provato io. Significa che, per me, Nolan è riuscito esattamente in quello che speravo facesse. Ha preso una storia che conosciamo da migliaia di anni, che molti di noi hanno incontrato sui libri di scuola, e l’ha fatta sembrare nuova. Senza il bisogno di reinventarla o di trasformare Ulisse in qualcosa di diverso da quello che conosciamo. Semplicemente, è riuscito a raccontare questo mito rendendolo incredibilmente vicino a noi. La paura, la nostalgia, la solitudine, la voglia di tornare a casa, il dolore di chi aspetta e quello di chi è costretto a continuare a combattere sono tutte emozioni che il film riesce a rendere concrete, quasi fisiche. Ulisse non sembra un personaggio appartenente a un mondo lontanissimo nel tempo: per tutta la durata del film sembra semplicemente un uomo che ha perso troppo e che vuole tornare dalle persone che ama.
Forse è proprio questo il cuore del film. Sotto le battaglie, i mostri, gli dèi, le navi e le città distrutte, c’è soltanto un uomo che ha perso la strada.
Troia: l’inizio di tutto
Il film parte dalla guerra e già qui ho avuto la sensazione che Nolan avesse capito perfettamente quale fosse la dimensione della storia che stava raccontando. Troia non viene percepita come il prologo di un’avventura. È una ferita da cui Ulisse dovrà allontanarsi, ma che continuerà a seguirlo per tutto il viaggio.
La sequenza del cavallo di Troia mi ha colpita tantissimo. Conosciamo tutti l’inganno, sappiamo esattamente cosa sta per succedere… Eppure, guardandolo sul grande schermo, quella conoscenza non toglie nulla alla tensione. Anzi, la rende quasi più inquietante, perché sappiamo che quelle persone stanno entrando volontariamente dentro qualcosa che per loro rappresenta una vittoria e che invece, per chi guarda, è l’inizio della tragedia.
Il cavallo è enorme, imponente, quasi irreale. In mezzo a tutta quella grandezza c’è Ulisse, che non vince perché è il guerriero più forte, ma perché è quello che riesce a pensare qualche passo avanti agli altri. È la caratteristica che lo accompagna per tutta la narrazione. La sua intelligenza è la sua arma, ma anche la sua condanna.
Quello che mi è piaciuto di Ulisse è proprio il fatto che Nolan non lo trasformi in un eroe senza difetti. È brillante, coraggioso, astuto, ma è anche orgoglioso. Vuole essere riconosciuto, vuole che il mondo sappia chi è. E il film ci ricorda continuamente che le sue qualità sono spesso inseparabili dai suoi difetti.
La guerra di Troia finisce, ma la storia di Ulisse non inizia davvero finché non sale sulla nave. Da quel momento in poi, la vittoria che ha appena conquistato comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di diverso.
L’atroce urlo di Polifemo
La scena di Polifemo è probabilmente una di quelle che aspettavo di più e, allo stesso tempo, una di quelle che mi ha sorpresa maggiormente.
Il ciclope è terrificante e grottesco: sembra appartenere a un mondo precedente a quello degli uomini. Quando compare, si ha la sensazione di essere davanti a qualcosa che non dovrebbe esistere, qualcosa che non puoi comprendere completamente e con cui non puoi ragionare.
Ma quello che mi ha colpita davvero è il suo urlo. Anzi, forse sarebbe più giusto dire che mi ha agghiacciata.
Quando Ulisse lo acceca e Polifemo realizza cosa è successo, quel grido scuote la scena e la sala. Si ha la sensazione di trovarsi davanti a lui insieme a Ulisse e i suoi compagni. Dentro c’è la paura, la rabbia, il dolore, la consapevolezza di essere stato colpito in casa sua. Per un attimo, quello che dovrebbe essere il mostro diventa la creatura più vulnerabile della scena. Per un attimo, il mostro che per giorni ha divorato i compagni di viaggio del protagonista sembra ricalcare il ruolo della vittima.
Il mare
Una cosa che mi ha impressionata per tutta la durata del film è il modo in cui Nolan ha rappresentato il mare.
Non è soltanto un paesaggio, è quasi un personaggio. A volte sembra infinito, quasi impossibile da attraversare, altre volte minaccioso e imprevedibile. In certi momenti trasmette una calma che dura pochissimo, perché basta un cambiamento del vento o delle onde per ricordarti quanto Ulisse e i suoi uomini siano piccoli in mezzo a quella distesa d’acqua. E quanto siano nulli di fronte al cieco odio di Poseidone, il dio del mare, per il protagonista. Il mare accompagna tutto il viaggio e sembra cambiare insieme a lui: è una una presenza continua, qualcosa di immenso che separa Ulisse da casa e che, allo stesso tempo, è l’unica strada che può riportarlo a Itaca.
Questa è una sensazione che il film ripropone continuamente.
L'”umanizzazione” della Maga Circe
La scena di Circe è una di quelle che mi ha colpita proprio perché prende un personaggio che abbiamo visto raccontare decine di volte e sceglie di mostrarcelo da un’altra prospettiva. Circe, nell’immaginario comune, è quasi sempre la maga, la donna seducente e pericolosa che attira gli uomini, li inganna e li trasforma in maiali. È una tentatrice, una figura che sembra esistere soprattutto per mettere alla prova Ulisse. Qui, invece, Nolan le dà qualcosa che raramente le viene concesso: una voce.
La scena dei maiali, qui, non è solo una dimostrazione del suo potere: è il modo in cui Circe guarda gli uomini. E quando spiega quello che fa, arriva una frase che per me cambia completamente il significato di ciò che stiamo vedendo: non trasforma gli uomini in maiali, mostra ciò che sono realmente. È una frase semplice, ma terribile, perché improvvisamente quei maiali non sono più soltanto il risultato di una magia. Diventano il simbolo del suo modo di vedere il mondo. Circe non crede di trasformare degli uomini in qualcosa di peggiore, ma crede di togliere loro soltanto l’aspetto umano, lasciando emergere quello che pensa ci sia già sotto.
Il personaggio, allora, diventa molto più interessante. Il film non ci chiede necessariamente di darle ragione, anzi, la sua visione degli uomini è amara, radicale, nata da ciò che ha vissuto. Eppure, ci permette di capire da dove viene il suo disprezzo. Dietro la maga c’è una donna che ha conosciuto la violenza, il tradimento, l’arroganza e il modo in cui gli uomini possono trattare chi è più debole. La sua crudeltà non viene presentata come qualcosa di casuale: è diventata il suo modo di reagire a un mondo dal quale ha imparato a difendersi.
Questo la rende davvero attuale, perché improvvisamente Circe diventa una donna che ha costruito una convinzione sugli uomini a partire dalle proprie esperienze e che, ogni volta che qualcuno arriva sulla sua terra, cerca la conferma di quella convinzione. Quando trasforma quegli uomini in maiali, non sta soltanto usando la magia per punirli. Sta dicendo che quella trasformazione, secondo lei, non cambia ciò che sono: lo rende soltanto visibile.
Per una volta, Circe non viene ridotta alla sua sensualità, alla sua capacità di sedurre o al ruolo di ostacolo per l’eroe. Prima ancora di essere la maga, è una persona… Una donna. Ha una storia, delle ferite, una rabbia e una visione del mondo che può essere terribile, ma che possiamo comprendere.
L’arrivo nell’Ade
Nell’Oltretomba, la vittoria dei greci assume un peso completamente diverso. Qui ci sono i morti, i compagni di Ulisse caduti in mare e durante la guerra, e tra loro c’è Sinone. La sua presenza è importante perché riporta Ulisse davanti alla realtà di ciò che è successo a Troia. Non esiste più la gloria della vittoria né l’astuzia del piano perfetto: rimangono solo le conseguenze.
Ulisse è costretto a incontrare le persone che la sua scelta ha contribuito a condurre alla morte. Per tutta la storia possiamo raccontare il cavallo di Troia come una delle più grandi imprese di Ulisse, ma quando metti davanti a lui i morti, quella stessa impresa non può più essere raccontata come una vittoria.
Sinone, in questo senso, diventa una ferita che torna ad aprirsi. Ulisse ha vinto a Troia, ma non ne è uscito davvero. Ha portato quella notte con sé sul mare, anche quando ha cercato di andare avanti: questo rende ancora più significativo il volto della sacerdotessa che vede in Atena. Troia continua a tornare nella sua mente in forme diverse: nei ricordi, nei morti, nelle persone che ha perso e nelle conseguenze delle sue decisioni.
L’Ade diventa un momento in cui il viaggio esteriore di Ulisse si trasforma definitivamente in qualcosa di interiore. Credo che sia uno dei motivi per cui ho trovato questo Ulisse così umano.
Il canto delle sirene
La scena delle sirene è forse quella che mi ha colpita di più, proprio perché il canto non lo sentiamo. Nolan non ci fa ascoltare quella voce che dovrebbe essere irresistibile e non ci mostra nemmeno davvero le sirene. Ci lascia invece con Ulisse, legato all’albero della nave, mentre aspetta di sentire qualcosa che nessuno dei suoi uomini potrà mai ascoltare. E più passa il tempo, più quel silenzio diventa importante.
Ulisse vuole sentire il loro canto. Lo desidera al punto da chiedere ai suoi uomini di legarlo, perché sa che, una volta libero, potrebbe lasciarsi trascinare da quella voce. E proprio quando dovrebbe arrivare il momento che aspettiamo, il film tace. Non sappiamo cosa abbiano cantato le sirene. Non sappiamo quali parole abbiano pronunciato, quale voce abbia sentito Ulisse, cosa abbia visto nella sua mente. Sappiamo soltanto quello che lui racconta dopo.
«Com’era il canto delle sirene?»
«Esattamente come vorresti che fosse, e poi tutto quello che non vorresti aver desiderato. Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci, quindi da delizioso diventa insopportabile. Te l’ho detto: quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. È quello che meno puoi avere. È quello che avevi già, e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. È che mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente.»
La scena ci fa capire che quello che ha sentito non può essere semplicemente raccontato. È qualcosa che appartiene soltanto a lui, qualcosa che gli altri uomini non potranno mai comprendere fino in fondo e che noi spettatori siamo costretti a immaginare. Nolan ci mette nella stessa posizione degli uomini sulla nave: sappiamo che Ulisse ha ascoltato qualcosa di straordinario, vediamo il modo in cui ne è stato sconvolto, ma non possiamo entrare nella sua testa.
L’ho trovato paradossale e al tempo stesso poetico: una delle scene dell’Odissea che più di tutte dovrebbe essere legata a un suono viene costruita senza farci sentire quel suono.
I personaggi
I pretendenti (Proci)
I Proci sono forse tra gli elementi che ho odiato di più, nel senso migliore possibile. Sono arroganti, volgari, prepotenti e soprattutto hanno trasformato la casa di Ulisse in qualcosa che non gli appartiene. Mangiano il suo cibo, bevono il suo vino, consumano le sue ricchezze e pretendono che Penelope scelga uno di loro come marito, dando per scontato che Ulisse sia morto. La cosa che mi ha fatto più rabbia è proprio la loro sicurezza. Si comportano come se il tempo avesse cancellato il diritto di Ulisse a tornare. Come se, dopo vent’anni, il suo posto possa semplicemente essere occupato da qualcun altro.
Eumeo
In mezzo a tutta questa violenza c’è Eumeo, che mi ha colpito proprio per la sua semplicità. È uno di quei personaggi che rappresentano ciò che Ulisse ha lasciato dietro di sé, ma anche ciò che non è stato distrutto dagli anni. Mentre tutti sembrano aver dato Ulisse per morto, Eumeo continua a custodire la memoria del suo padrone. Quando accoglie quel mendicante senza sapere chi sia veramente, c’è qualcosa di profondamente triste nel modo in cui gli parla di Ulisse. Perché Ulisse è davanti a lui, ma Eumeo non lo sa.
Argo
Ulisse è ancora travestito da mendicante. Sporco, stanco, irriconoscibile. Nessuno nella casa capisce chi sia davvero tranne Argo; l’emblema assoluto della fedeltà. Il cane, ormai vecchio, ha atteso per vent’anni il ritorno del suon padrone. Il momento in cui lo riconosce, poco prima di morire, è uno dei più dolci e devastanti del film (e della storia originale). Tutti gli esseri umani hanno bisogno di prove, di spiegazioni, di un nome, di un volto. Argo non ha bisogno di niente: gli basta sentirlo, guardarlo, riconoscere qualcosa che appartiene soltanto a lui. E Ulisse, che per tutto il viaggio ha cercato di tornare a casa, si trova finalmente davanti a qualcuno che gli dice senza parole: ti ho riconosciuto.
Euriclea
Euriclea è la nutrice di Ulisse sin da quando è ragazzo. Il suo riconoscimento è emozionante tanto quanto quello di Argo. Lei riconosce il suo signore attraverso una cosa minuscola: la cicatrice che lei stessa gli aveva medicato sulla gamba. Mi piace tantissimo che il film utilizzi proprio la memoria del corpo, in questo caso. Ulisse può cambiare vestiti, barba, capelli, atteggiamento, può fingere di essere un mendicante. Ma ci sono cose che il tempo non riesce a cancellare. Euriclea lo ha conosciuto prima che diventasse re, prima della guerra, prima della leggenda.
Atena
Atena compare poco nel film, ma ogni volta che lo fa sembra che la storia rallenti. Non è una presenza che accompagna continuamente Ulisse, non è lì per suggerirgli cosa fare a ogni passo e non interviene per risolvere i suoi problemi. Le sue apparizioni arrivano soprattutto nei momenti più riflessivi, quando Ulisse si trova davanti a una scelta o deve fare i conti con quello che è diventato durante il viaggio. È come se Atena fosse una guida, che lo conduce lentamente verso ciò che è giusto, anche quando la strada giusta è quella che Ulisse vorrebbe evitare. Ulisse vede Atena con il volto di una giovane donna, ma solo più avanti scopriamo chi è realmente quella ragazza. È una sacerdotessa troiana che Ulisse ha visto morire davanti ai suoi occhi durante la presa di Troia. Un volto legato alla notte in cui Troia è caduta, alla violenza, alle persone che sono morte e soprattutto alla consapevolezza che quella distruzione è stata possibile anche grazie a lui.
Calipso
Secondo me, Calipso merita un discorso completamente diverso rispetto a Circe. Calipso è la persona con cui Ulisse rimane più a lungo, quella che per anni rappresenta una possibilità concreta di fermarsi. La sua isola, Ogigia, è lontana da tutto, quasi sospesa fuori dal tempo. Ulisse potrebbe avere una vita lì, potrebbe smettere di combattere, ma lui vuole andare via ed è proprio questo che rende il rapporto tra loro così doloroso. Calipso lo ama e vorrebbe che rimanesse, mentre Ulisse continua a pensare a Penelope e a Itaca. Mi è piaciuto che il film non trasformi Calipso in una semplice antagonista. Non è la donna che cerca di “rubare” Ulisse a Penelope: è una persona che si è affezionata a lui durante gli anni della sua permanenza sull’isola e che sa perfettamente che, per quanto possa offrirgli una vita diversa, non potrà mai diventare ciò che per lui è Penelope.
Ulisse è prigioniero sull’isola, ma Calipso è prigioniera del proprio desiderio di tenerlo con sé. Lui vuole il mare perché il mare significa Itaca. Lei vorrebbe impedirgli di partire perché sa che, una volta partito, lo perderà.
C’è una malinconia particolare in questa parte del film perché, dopo tutto quello che Ulisse ha affrontato, ci troviamo davanti a un tipo di conflitto completamente diverso. Non deve sconfiggere Calipso. Non deve ingannarla. Non deve combatterla. Deve semplicemente scegliere di andarsene.
E scegliere di andarsene significa anche accettare il dolore che quella scelta provocherà.
«Mentre ti accudivo, ho imparato ad amarti. Sei stato felice con me, ma il tuo cuore era da un’altra parte. Devi consegnarti alla tempesta, consegnarti a Poseidone e accettare il tuo castigo. Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo e vivi. È un atto di fede che non hai mai fatto, Ulisse.»
Telemaco
Telemaco è un personaggio che ho apprezzato molto proprio perché il film non lo lascia nell’ombra di Ulisse. È cresciuto senza suo padre e, arrivato ormai all’età adulta, si ritrova a vivere in una casa occupata da uomini che non hanno alcun rispetto per lui. I Proci lo trattano come un ragazzino, lo provocano, lo umiliano e si comportano come se il fatto che Ulisse sia scomparso da vent’anni significasse automaticamente che anche Telemaco abbia perso il diritto di essere il principe di Itaca.
E il suo astio nei loro confronti si sente continuamente. Non è soltanto il fastidio di un ragazzo che non sopporta degli ospiti indesiderati. Telemaco li vede consumare la casa di suo padre, insultare la sua famiglia e pretendere Penelope, mentre lui è costretto a guardarli senza avere ancora la forza e l’autorità necessarie per mandarli via.
Ma Telemaco non vuole passare tutta la vita a essere “il figlio di Ulisse”. Vuole dimostrare di poter essere re anche senza il ritorno di suo padre. Vuole che gli uomini che lo circondano smettano di guardarlo come un bambino e inizino a riconoscere la sua autorità.
Il viaggio da Menelao a Sparta nasce proprio da questa esigenza. Telemaco parte per cercare informazioni su Ulisse, ma in realtà sta cercando anche qualcosa su se stesso. Vuole sapere cosa è successo davvero dopo Troia, vuole conoscere l’uomo di cui tutti parlano e che lui non ha mai potuto conoscere veramente come padre.
E il racconto di Menelao diventa quindi molto più importante perché arriva direttamente a lui. Telemaco ascolta parlare della guerra, del cavallo e dell’inganno di Ulisse da qualcuno che quella guerra l’ha vissuta.
E secondo me questo viaggio è fondamentale per la sua crescita. Telemaco parte da Itaca con una rabbia enorme, con il desiderio di trovare risposte e con la necessità di dimostrare di essere ormai abbastanza grande per decidere del proprio futuro. Ma più scopre la storia di Ulisse, più capisce che essere suo figlio significa anche ereditare un passato molto più complicato di quello che immaginava.
E quando finalmente Ulisse torna, questa tensione rende il loro incontro ancora più importante. Perché Telemaco non è più il bambino che suo padre ha lasciato. È un giovane uomo che ha attraversato il proprio percorso, ha preso delle decisioni, ha affrontato i Proci e ha cercato da solo le risposte che gli mancavano.
Ulisse e Penelope
Il confronto tra Ulisse e Penelope è, per me, uno dei momenti più belli dell’intero film.
Lui è finalmente davanti alla donna per cui ha attraversato tutto quel mare e non può ancora dirle chi è. È lì, a pochi passi da lei, e deve continuare a fingere.
Penelope parla con un mendicante senza sapere (anche se, molto probabilmente, lo intuisce) che l’uomo davanti a lei è suo marito.
È una situazione quasi crudele. Dopo vent’anni di attesa, Ulisse potrebbe semplicemente dirle “sono io”. Invece non può farlo: non prima di aver eliminato tutti i pretendenti.
E poi c’è la spilla. Un oggetto piccolo, quasi insignificante rispetto a tutto quello che abbiamo visto durante il film, ma proprio per questo importantissimo. La spilla appartiene al loro passato. È qualcosa che Penelope associa a Ulisse, qualcosa che porta con sé la memoria di lui. E quando entra in gioco nel momento del riconoscimento, diventa una prova molto più intima di qualsiasi parola.
Mi piace tantissimo il modo in cui il film costruisce il riconoscimento non attraverso una grande dichiarazione immediata, ma attraverso piccoli dettagli che appartengono alla loro vita insieme.
Una menzione particolare
«Un volto… una flotta… una guerra… un uomo… un pensiero… un trucco… un trucco per rompere le mura di Troia… e bruciarla urlando al suolo!»
Una menzione particolare va a Travis Scott nel ruolo dell’aedo. La sua presenza potrebbe sembrare inizialmente insolita, ma trovo che la scelta abbia molto senso. L’aedo, nell’antica Grecia, era colui che attraverso la voce e il canto tramandava le storie degli eroi, trasformandole in memoria e leggenda. Travis Scott, con la sua musica, rappresenta in qualche modo un equivalente moderno di quella figura: un artista che racconta e trasmette storie attraverso la propria voce.
E trovo significativo che Nolan abbia scelto proprio un rapper contemporaneo per interpretare una figura che, migliaia di anni fa, aveva proprio il compito di far vivere una storia attraverso il racconto. È un piccolo ponte tra l’Odissea di allora e il modo in cui noi oggi continuiamo a raccontarla.
La musica di Ludwig Göransson
Devo parlare della colonna sonora separatamente perché per me merita un discorso a parte.
È una delle cose che mi ha conquistata completamente. Mi aspettavo una grande orchestra, qualcosa di enorme, pieno di archi, ottoni e percussioni (mi viene in mente Hans Zimmer, naturalmente). Invece Nolan ha chiesto a Ludwig Göransson di evitare la tradizionale orchestra e di costruire un universo sonoro che sembrasse appartenere davvero all’Età del Bronzo.
E il risultato è stranissimo nel senso migliore possibile.
Ci sono la lira, l’aulos, strumenti in bronzo, gong, voci, percussioni, suoni metallici e componenti elettroniche. Göransson ha persino lavorato con 35 gong di bronzo, cercando suoni diversi colpendoli in modi differenti e sperimentando con superfici e materiali non convenzionali.
Ma la cosa che mi ha affascinata ancora di più è il lavoro fatto fuori dalla sala di registrazione. Göransson è andato nel sud dell’Albania per registrare l’isopolifonia e strumenti tradizionali, cercando voci e sonorità che non fossero il solito stereotipo musicale associato all’antica Grecia.
Quello che mi ha lasciato
Sono uscita dal cinema e per qualche minuto non volevo parlare. Un film mi emoziona davvero quando riesce a farmi dimenticare per qualche ora che sto guardando un film. Con Odissea mi è successo.
Ho avuto paura con Ulisse. Ho provato angoscia davanti a Polifemo. Sono rimasta incantata da Circe. Mi hanno inquietata le sirene. Ho sentito tutta la malinconia di Penelope. Ho guardato Telemaco cercare una figura che conosceva quasi soltanto attraverso i racconti. E quando Ulisse finalmente torna, non ho provato soltanto la soddisfazione di vedere i pretendenti cadere uno a uno sotto ai suoi colpi.
Ho provato sollievo. Come se, dopo essere stata per ore in mare con lui, anch’io avessi finalmente raggiunto la riva.
L’Odissea è una storia immortale, l’ho sempre pensato. Non parla soltanto di un uomo che attraversa il mondo per tornare a casa. Parla di quanto possa essere lunga la strada per tornare dalle persone che amiamo. Parla delle cose che incontriamo lungo il cammino, delle tentazioni, degli errori, delle perdite, dell’orgoglio e della paura. Parla di quanto possiamo cambiare durante un viaggio e di quanto, alla fine, possiamo desiderare una cosa semplicissima: ritrovare qualcuno che ci conosceva prima che diventassimo qualcos’altro.
E Nolan è riuscito a farmi provare tutto questo. Non sono uscita dalla sala pensando semplicemente “che bel film”. Sono uscita con quella strana sensazione che rimane quando una storia riesce a toccare qualcosa che non sapevi nemmeno di avere lì dentro.
Per questo, quando si sono riaccese le luci, sono rimasta in silenzio. Perché avevo bisogno di qualche minuto per ritornare dal mio viaggio. Credo che il cinema funziona davvero quando, per qualche ora, ti porta così lontano che, alla fine, anche tornare nella realtà richiede un po’ di tempo.
Odissea ha fatto questo, almeno a me. E per quanto possa sembrare una parola enorme, continuo a pensarlo: per me è un film perfetto.

Autrice di racconti, recensioni, storie di viaggi e di donne che hanno lasciato un segno (nella letteratura, nel cinema e nella realtà).
«La preoccupazione distrugge la capacità di scrivere.» ~ E. Hemingway
