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Buoni propositi oltre il 1° gennaio. L’arte di puntare sulla costanza (anche senza timer)

Ogni 1° gennaio i buoni propositi spuntano come funghi.

E non parlo dei porcini che amo follemente e di cui faccio scorpacciate e scorpacciate ogni autunno.

Parlo di quei funghi strani che crescono in una notte, invadono ogni superficie possibile e il giorno dopo sono già molli, sgonfi e leggermente sospetti.

Basta aprire un social qualsiasi per rendersene conto.

Post su post sui nuovi inizi, sulla rinascita, sugli errori del passato da non ripetere in futuro. Foto di agende immacolate, penne nuove, candele accese, tazze di tè detox e frasi tipo “Quest’anno scelgo me stessa” scritte rigorosamente in corsivo elegante.

Tutte cose bellissime! I buoni propositi sono pieni di speranza, di fiducia, di quella convinzione incrollabile che solo il 1° gennaio sa regalare. Sicuramente esiste una categoria di persone che riesce davvero a rispettare le promesse che fa a se stessa anno dopo anno. Quelle che iniziano la palestra il 2 gennaio e a dicembre sono ancora lì, toniche, motivate, con gli addominali che fanno ciao. Quelle che dicono “leggerò di più” e a fine anno hanno pure la lista dei libri consigliati.

Io le ammiro, ma non ne faccio parte.

Nel mio caso, ogni 1° gennaio scrivo una lista semi-seria e vagamente credibile di cose da fare e da non fare. La scrivo con grande solennità, come se stessi firmando un contratto con me stessa. A volte la scrivo a mano, perché scrivere a mano “fa più effetto”. A volte la salvo nelle note del telefono, così “me la rileggo spesso”.

Poi, ogni 3 gennaio, esco puntualmente dal binario come un treno regionale durante uno sciopero in Liguria.

Proprio così: le mie promesse a me stessa durano in media circa due giorni.

Due giorni pieni, intensi, motivatissimi. Il 1° gennaio sono una persona nuova. Il 2 sono già stanca. Il 3 inizio a chiedermi se davvero ne valga la pena.

I miei genitori me lo dicono da quando ho 11 anni:

“Giulia, se solo fossi così disponibile e precisa con te stessa come lo sei con gli altri…”

Ora di anni ne ho 32 e non posso che dargli ragione. Però non diciamoglielo troppo apertamente: potrebbero montarsi la testa.

Le mie liste, poi, sono sempre le stesse. Cambiano solo il font, il colore e il grado di ottimismo:

– perdere 10 kg

– 2 ore di palestra al giorno

– dieta sana ed equilibrata

– leggere un libro al mese (come minimo, perché io parto sempre “in grande”)

– finire di scrivere almeno una delle cose in ballo

– prendermi più cura di me

– essere meno permalosa

– accettare le critiche senza prenderla sul personale

– ottenere più responsabilità al lavoro

– viaggiare

– risparmiare

Già mentre la scrivo, una parte di me ride. L’altra fa finta di non sentire.

Prendiamo la palestra, per esempio.

Il 2 gennaio compro l’abbonamento con entusiasmo. Il 3 ci vado davvero. Il 4 ho dolori in posti che non sapevo di avere. Il 5 mi convinco che “ascoltare il proprio corpo” significhi stare sul divano. Il 10 passo davanti alla palestra e distolgo lo sguardo, come se potesse offendermi personalmente.

La dieta segue lo stesso schema.

Il primo giorno mangio sano, bilanciato, quasi zen. Il secondo inizio a sognare la pizza. Il terzo mi dico che “una pizza non rovina tutto” e il quarto decido che tanto ormai l’equilibrio è compromesso.

La voce “leggere di più” merita una menzione speciale.

Compro libri. Tanti. Li inizio. Li appoggio sul comodino. Poi li sposto sullo scaffale “da leggere”. Che ormai è diventato uno scaffale “da guardare con senso di colpa”.

E la scrittura… Io che mi prometto ogni anno di finire almeno una delle cose che ho iniziato. Da ultimo, una storia sui pirati che giace sul desktop del mio pc da così tanto tempo che temo abbia sviluppato una coscienza propria. Ogni tanto la apro, la guardo, le dico “torno presto” e poi la richiudo come si fa con un amico che non senti da anni.

Il risultato finale di questa lista che ripesco puntualmente ogni 31 dicembre alle 23.59?

I chili aumentano, i libri letti diminuiscono e i sensi di colpa prosperano. Un perfetto ecosistema.

Arrivata a questo punto, ho smesso di credere nella mia capacità di rispettare i sani e buoni propositi annuali. Così ho deciso di puntare su obiettivi a breve termine. Roba più gestibile. Qualche mese.

“Non tutto l’anno”, mi dicevo. “Solo fino a marzo.”

Spoiler: non funziona neanche così.

Perciò ho deciso di dire basta. Basta liste infinite, basta post sul classico “anno nuovo, vita nuova”, basta pretendere di diventare una persona diversa solo perché il calendario cambia numero.

Ho deciso di cominciare da quello che conta davvero: me stessa e i miei progetti. Senza scadenze, timer o la pressione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, soprattutto a me.

Ne ho tanti, di progetti. Vivono tutti dentro la mia testa, fanno un gran casino e sanno perfettamente cosa vogliono diventare. Io lo so. E so anche di volerli portare avanti, anche se ci metto tempo, anche se mi perdo, anche se riparto mille volte.

Sì, purtroppo la costanza non è mai stata il mio forte. Non siamo mai andate molto d’accordo. Ci vediamo, ci promettiamo di sentirci, poi spariamo entrambe.

Forse è questa l’unica cosa che voglio davvero spuntare nella mia lista invisibile del 2026: essere costante.

Non perfetta. Non impeccabile. Solo costante.

All’alba dei 32 anni, questo è tutto ciò che mi impongo e mi impegno a rispettare.

Il resto, se arriva, è un extra. E per una volta, va bene così.

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